Politica? Cocente delusione! Son stato nel silenzio in questi giorni. Nel mugugno che non vuol sapere. Sottrarsi stare nel cantuccio serve, rigenera. Prendere distanza, guardare da lontano ti fa vedere meglio la desolazione che abita le cronache, quelle locali e quelle nazionali della nostra povera Italia.
L'altra mattina m'è capitato di vedere in Tv l'amministratore delegato di Ryanair, Michael O'Leary. Rivolgendosi a Roberto Colaninno, presidente della “nuova” Alitalia, ha detto: «Vada a vivere in campagna e per gli spostamenti si affidi a Ryanair. È meno costosa». Lo ha fatto confermando la sua convinzione che il 2010 sarà l’anno del sorpasso da parte di Ryanair sulla compagnia italiana: nel 2009 - ha detto - il traffico di Ryanair da e per l’Italia è aumentato del 22% a 18 milioni di passeggeri, mentre Alitalia prevede di diminuire del 23%, e scendere a 18 milioni. Per l’anno prossimo è previsto il superamento in classifica, e la notizia fa effetto soprattutto il giorno dopo i gravissimi disagi provocati a Fiumicino dalla compagnia italiana.
Ma non di questo voglio parlare, ma dello stile del signor O'Leary. Parlando ai giornalisti era seduto sul tavolo, dietro di lui una lavagna luminosa mostrava i dati di quanto diceva. Un fare ispirato all'informalità, alla serenità comunicativa. Anche nell'abbigliamento il quaranteseienne irlandese non mostrava nessun segno distintivo di potere, era in pullover, non quello blu d'ordinanza che vestono i nostri politici quando decidono di smettere grisaglia e doppiopetto. O'Leary è il primo grande manager europeo dell'aviazione civile ad aver eliminato i viaggi in business class. Sarà un comunista? No un pragmatico europeo! E' questo il punto del ragionamento! Dov'è in Italia quella informalità? Non esiste! Perchè? Perchè c'è l'aristocrazia degli eletti! E uno che fa appena ha un posto di potere? Si veste di potere, si ficca in una giacca, magari di Caraceni (non esageriamo!) si mette al collo la cravatta, si compra le scarpe e si sente duca, marchese, barone... onorevole. E chi li tocca più! Nessuna laicità, umiltà, in questo 'tiro' che è divenuto il cancro vero della nostra strampalata democrazia: l'ostentazione del potere e il si può far tutto per mantenerlo. Sembra che a lor signori sia tutto permesso! Salvo poi inciampare in qualche bega giudiziaria. In qualche intercettazione etc...
La magistratura, gli inquirenti, il nemico perchè il giudizio della gente, delle persone, degli elettori è ininfluente, un rapporto scientemente svuotato di tensioni valoriali o ideologiche diventato merce di scambio clientela, sudditanza!
La mattina ascolto per radio l'Edicola di GR Parlamento, Mariù Safier e Colomba Sampalmieri leggono le prime pagine dei quotidiani in edicola. Lo trovo un esercizio intellettualmente salutare, incominci la mattina coccolato, aiutato, carico! Il preludio, alle sette e cinquantacinque, con il ripetersi di un jingle ipnotico due tre minuti, poi l'inno nazionale e, le voci un po' impastate delle conduttrici che via via si sciolgono e prendono ritmo, ti accompagnano! (Oh! L'Italia, l'Italia!!! Che dolor!!!). Così è stato martedì! Una buona giornata a parte qualche acciacco influenzale (e sentimentale) una notizia mi ha molto colpito lasciandomi una strascico riflessivo che ancora dura. La ricerco! «Basta odio politico bisogna arrivare al disarmo» il titolo che trovo in rete! Parole del cardinale Angelo Bagnasco, spese ad Assisi, in apertura dei lavori della sessantesima assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana.
Ho sempre pensato che la Chiesa è la “Chiesa”, punto. Non può essere altro! Un'istituzione 'rigida' poco avvezza a piegare il suo 'credo' ai venti del cambiamento. Un'istituzione che per sua natura e necessità deve resistente! Eppure contemporaneamente penso che se assorbisse visioni, che anche al suo interno vivono e si muovono, risulterebbe più vicina all'uomo, ai suoi dolori e alle sue ansie. Alle inquietudini di un quotidiano sempre più esposto e fragile nel suo offrire prospettive e qualità di vita.
In Italia la Chiesa è cosa politica! Cosa che parla alla politica!
Molto influente quando in alleanza demagogica con il palazzo si spende nella difesa di valori che divengono ideologici, settari (ma è questione di resistenza), quali la difesa a priori della famiglia e tutto l'intorno bio-etico: nascita, vita, morte... Un alleanza strumentale al controllo di un sostanzioso pacchetto di voti.
Ininfluente, però, quando richiama il gregge politico all'obbedienza. Quando il referente è proprio la politica.
E' come se su certe questioni ci si inchina (naturalmente è solo questione formale, che poi nella vita privata d'ognuno non conta...) mentre su altre si fa finta di non ascoltare, di essere distratti, di non sentirsi coinvolti!
Come questa volta ad Assisi, quel «Basta odio politico» del Cardinale Bagnasco continua con un «E' necessario e urgente svelenire il clima generale, perché da una conflittualità sistematica, perseguita con ogni mezzo e a qualunque costo, si passi subito ad un confronto leale per il bene dei cittadini e del Paese intero» (...) «Ci piacerebbe che, nel riconoscimento di una sana, per quanto vivace, dialettica, inseparabile dal costume democratico, si arrivasse ad una sorta di disarmo». Gli daranno ascolto a Palazzo? La smetteranno d'accapigliarsi, d'urlare sempre e comunque? Lo praticheranno il disarmo. Toglieranno il megafono ai portavoce l'un contro l'altro armati, ai direttori 'chini'? Ci eviteranno le stucchevoli passerelle dichiarative dei Tg e gli editoriali scritti sotto dettatura? Sarebbe un bel segnale e noi poveri spettatori potremmo riflettere solo ascoltando le notizie! Farci un'idea! Pensare con la nostra testa e scegliere!
La Chiesa ci aiuti! Predisponga per il Miracolo o faccia scomunica! Anatema! Anatema contro la politica del chiasso! In fondo i ceci sotto le ginocchia erano in auge nei convitti, lo stare dietro la lavagna, le vigorose bacchettate, i pizzicotti. Che belli sarebbero Capezzone, Gasparri, Vito con le orecchie d'asino sulla testa a fare penitenza perchè carenti di bon ton istituzionale! Credete farebbero ammenda' non ne sono sicuro!
Ma i segnali di qualcosa di nuovo (?!) ci sono: Massimo D'Alema “rischia” l'incarico di alto rappresentante dell'unione europea per gli affari esteri e la politica della sicurezza. Un comunista?! No, non più! Silvio Berlusconi e il suo Franco Frattini “tifano” per lui: “è un italiano” (se ne sono accorti! Un candidato «autorevole» predica Renato Schifani. Se non ci fosse Roberto Castelli che definisce «sconcertante» l'appoggio del Governo Italiano a D'Alema, sembrerebbe di stare da qualche altra parte e non nel nostro stralunato paesuccio! Miracolo, miracolo! “De che?!”, dicono a Roma.
Cosa significa essere di sinistra oggi? Sono caduti “muri”. E' venuto l’anniversario del crollo di quello di Berlino. Sono stati abbattuti ovunque ed avrebbero dovuto liberare la parte migliore di quella sinistra che non si identificava con il cosiddetto “socialismo reale”. Così non è stato perché la sinistra tutta si è avvoltolata su sé stessa senza più riuscire a trovare una fisionomia nuova, rinnovata, slegata dai fasti e dalle miserie passate. Quando penso a cosa dovrebbe servire Sinistra e Libertà penso a quelle zebre, penso cioè ad un ruolo di supporto, un ruolo di accompagnamento alla ricostruzione possibile, di generosità senza furbizie, di compartecipazione senza miserabili protagonismi.
Zebre
Gianni Ferraris
Succede di leggere un articolo. E succede, nonostante averne viste e sentite tante ed aver passato quasi di corsa gli anni che separano il 1968 dal 2009, di scoprire di non essere poi così impermeabili ad una sorta di commozione anche leggendo di politica. Non un rassegnato “Così va il mondo della sinistra, in fondo, sembra un destino ineluttabile” che troppe volte mi sono scoperto a dire. Certo, ci sono le questioni grandi, di collusioni, che da altre parti si chiamano alleanze.
La politica è cosa alta, certo. Ma accidenti, troppo spesso mi sembra di sentir dire quello che si sosteneva un tempo e che ho imparato a detestare cordialmente: “il problema è un altro”. Perché il problema è sempre stato “un altro”. Da quando, rivoluzionari a tutto tondo, credevamo che il cambiamento sarebbe stato globale o nulla. Lasciando ad altri il governo dell’esistente.
Un marciapiedi rotto? “I problemi sono altri, dobbiamo preparare la rivoluzione, altro che marciapiedi, mica siamo dei muratori, siamo rivoluzionari, noi, quelli che cambieranno il mondo” oppure “noi siamo la linea, il vero partito, gli altri sbagliano”. Allora ero giovane, se questo può servire da scusante anche parziale. Eravamo giovani tutti quanti. Tutti tranne molti di quelli che, dalle stanze oscure delle omonime botteghe, ci vedevano come antagonisti anziché come possibili interlocutori. Poi la nostra utopia è caduta e l’Italia ha avuto la ventura di vedere buona parte di un’intera generazione uscire dalla vita politica.
Abbiamo sbagliato molte cose in quegli anni 70, però avevamo una speranza, in fondo. Ora c’è un buco generazionale evidente dall’impegno di quegli anni in avanti. Poi è passato il tempo e sono caduti muri. E' venuto l’anniversario del crollo di quello di Berlino. Sono stati abbattuti ovunque ed avrebbero dovuto liberare la parte migliore di quella sinistra che non si identificava con il cosiddetto “socialismo reale”. Così non è stato perché la sinistra tutta si è avvoltolata su sé stessa senza più riuscire a trovare una fisionomia nuova, rinnovata, slegata dai fasti e dalle miserie passate. Non siamo stati in grado di dare risposte nuove a problemi antichi. A riproporci come vera alternativa ad una filosofia che avrebbe portato “il grande fratello” a cult e Berlusconi al potere. Non solo lui, però, ma il berlusconismo, che è la parte peggiore di questi anni. L’accettare che un capo del governo dica “Voi pensate a lavorare ,alla democrazia ci penso io” è, per definizione, l’esatto opposto del concetto di democrazia. Ed è il presente, ci piaccia o no. Siano veri o meno i sondaggi del cavaliere nero, la cosa certa è che se si andasse al voto oggi, difficilmente un’alternativa a questo governo ne uscirebbe gloriosamente.
L’articolo che mi ha colpito era su “Gli altri on line”. Storia di un suicidio (quello di SeL) di Massimiliano Smeriglio.
Parte, Massimiliano, parlando dei ragazzi zebra. Dice in particolare:
“…Capita nel bel mezzo di qualche ingorgo [A La paz, Bolivia] di incappare in giovani vestiti da zebre; sono i ragazzi che studiano Economia nella università rivoluzionaria di El Alto, l'Upea. Si sono dati un compito, presidiare gli attraversamenti stradali, garantire il flusso, il divenire del movimento, accompagnare il gorgo senza un disciplinamento eccessivo. E senza protagonismo, lo fanno in modo anonimo addirittura celando volto e identità. Lo fanno avendo scelto di svolgere quel ruolo nell'impetuoso processo di rinascita nazionale.
Quando penso a cosa dovrebbe servire Sinistra e Libertà penso a quelle zebre, penso cioè ad un ruolo di supporto, un ruolo di accompagnamento alla ricostruzione possibile, di generosità senza furbizie, di compartecipazione senza miserabili protagonismi. Sinistra e libertà dovrebbe prendere esempio non da Morales, né dai combattivi sindacati del lavoro informale, né dall'autorganizzazione dei popoli originari, ma dalle umili zebre metropolitane.”
Cosa significa essere di sinistra oggi? E quale dovrebbe essere il ruolo di Sinistra e libertà? Da tempo sostengo che il movimento deve, per essere credibile, partire dal basso. Dalle esigenze e dai bisogni. Soprattutto da chi nella società è presente e trova l’Humus per andare avanti, per dialogare con le persone, per far rivivere il sogno, quello si indispensabile, di credere ad un possibile mondo diverso. Avendo però l’umiltà di ammettere che deve mutare il modo di proporsi. Essere presenti capillarmente non significa ricreare le fumose sezioni del PCI, però non può prescindere dalla presenza in ogni luogo, e soprattutto dall’ascolto che i vertici sapranno dare a chi fra le persone lavora. E’ deprimente sentirsi dire da un amico, segretario di una sezioncina in un paesino del Salento, e consigliere comunale di minoranza: “non riesco ad avere un appuntamento con Bari”. Occorre essere capaci di “Creare cultura” come diceva Gianni Bosio. Ecco il compito più arduo e difficile, la sfida che aspetta una nuova sinistra. Una nuova cultura fatta di presenza fra le persone, dell’ umiltà di andare a supportare, come dice Smeriglio, un possibile cambiamento. Incontrarsi e confrontarsi con i problemi reali e quotidiani. Berlusconi sta creando un modo di vita, una filosofia. Compito di questa sinistra è il rendere evidente una possibile alternativa. Farlo però senza limitarsi a praticare i salotti buoni di Vespa e di Ballarò. O c’è una presenza trasversale nella società, nella vigilanza in ogni città, paese, quartiere, condominio dove siamo presenti, oppure gli sforzi saranno vani. O si aprono le porte degli uffici di comando, oppure parliamo di qualcosa che abbiamo già visto. Una fabbrica come quella di domenica può essere fine a sé stessa, può ingessare i leader e lasciarli governare in pace se vincono, oppure può, e dovrebbe essere, un modo di prendersi dal basso le redini del nuovo partito non partito e, nello specifico, del governo della Puglia se vinciamo. Può essere un modo per urlare e rivendicare una differenza reale con quanto siamo stati, ognuno nel proprio partito, formazione, gruppo, e tirarne fuori solo il meglio, oppure un braccio di ferro, una conta di quanti voti porta ognuno per creare organismi dirigenti che siano “espressione dei consensi espressi”, piuttosto che disponibili a mettere in archivio la loro linea per ricrearsi.
Il dibattito che sento a livelli locali mi porta ad un pessimismo neppure troppo pacato in merito. Verdi che si defilano perché l’ambientalismo non è di destra né di sinistra. Ma dove sta scritto che in un nuovo partito che nasce anche da istanze ambientaliste non ci sia posto per loro? Quanto contano a livello di società, non di voti, proprio di presenza viva? Come possono amplificare il loro messaggio? Forse con l’equidistanza fra chi vuole il nucleare e chi fa della Puglia il maggior produttore di energia alternativa? Dov’è quel minimo di pudore e di umiltà che dovrebbe essere l’humus per rinascere? Dov’è la realpolitik di chi vuole il superamento del berlusconismo? Dove sta il progetto di società diversa? Veramente non comprendo.
Il socialismo italiano e il “grande partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer” sono storia importante per tutti noi, imprescindibile per comprendere come siamo. Ma sono e debbono diventare altra cosa. Il sogno è di convogliare queste forze in un unicum, una nuova formazione che tenga conto delle nuove realtà. Del nuovo modo di comunicare che il governo attuale vuole scipparci togliendo fondi alla banda larga, perché la comunicazione libera è fastidiosa per Berlusconi, come lo è, diciamolo chiaramente, per altri soggetti che vogliono convogliare in un pensiero unico il consenso. Oggi quei partiti non ci sono più. La disoccupazione vuole risposte serie, non formali prese di posizione. A che serve piangere per la mancanza di posti di lavoro? Meglio, molto meglio cercare alternative al mercato del lavoro precario e senza garanzie. Con proposte concrete. Si può fare. Vendola qualcosa ha fatto in fondo, quello che era nelle sue possibilità. Ma è una goccia in un mare in tempesta. Quei disoccupati chiedono rappresentanza cosciente dei problemi.
E non deve essere, questa nuova formazione, un luogo chiuso e delimitato da steccati di provenienze. Penso al mondo cattolico per esempio. Quello che ritiene indegno, per citare un caso recente, che un ministro, La Russa, difenda il crocefisso nella scuola dicendo che chi non lo vuole “Deve morire”. Splendido esempio di cristianesimo veramente. Quel mondo che vede nei respingimenti che ammazzano colpevolmente Ester Ada, un indegno omicidio premeditato. Questo mondo ha bisogno di un’alternativa non omologata, Sinistra e libertà dovrebbe diventare il luogo. Sinistra come modo di concepire una società aperta e attenta ai bisogni prima di tutto. Libertà senza altre etichette e spiegazioni. Libertà di scelta come vivere e morire, da cristiano, da fedele ai dettami della chiesa, oppure da laico che vede nella sua scelta una possibilità di soffrire meno. Sono due modi di morire con dignità. Quella della fede e quella dell’ateismo o di un diverso modo di credere e di gestirsi. E dovrebbe essere un cantiere aperto a comunisti, socialisti, cattolici che abbiano in comune il riconoscimento reciproco e un programma condiviso, che parta dai bisogni. Oggi la politica è mutata, o ci stiamo dentro, o proseguiamo a fare i grilli parlanti delle verità indiscutibili.
Se dal percorso costituente uscirà un partito fatto in un laboratorio di chimica, con le provette per misurare in milligrammi le forze in campo, sarà una sconfitta. La scommessa è quella di spaccarle tutte quante quelle provette e mischiarne i componenti. In modo che nessuno di essi sia più come prima, ma si porti il meglio del vecchio per dar vita al nuovo. Il dibattito può appassionare o meno, dipende da quanto si è disponibili a spendersi a livello personale, ad emozionare, a rinunciare. A sciogliersi nella società dove siamo presenti per scardinarne e portarne alla luce le contraddizioni. Denunciare collusioni e malaffare, connivenze e ingiustizie. Denunciare il depuratore che non funziona piuttosto che la raccolta differenziata che non parte. La scommessa è questa. Mettersi una tuta zebrata e andare a vigilare i bambini che passano sulle strisce pedonali, piuttosto che limitarsi a dare la linea e dire che ci sono troppi morti arrotati dalle auto. La fabbrica di domenica sarà per il governo della Puglia, ma sarà comunque un banco di prova di non poco conto per un discorso più ampio e globale, per il nuovo che deve avanzare. Il luogo di confluenza di cattolici, laici, socialisti e comunisti che rivendicano, tutti quanti il proprio essere, ma che si mettano a disposizione per camminare assieme e condividere. Avere i numeri per battere Berlusconi è solo un primo passo. Costruire alternativa è cosa seria. Qui si giocano le presenze o i ritorni al privato di troppi amici e compagni di questo cammino. Persone che hanno molto da dare.
Che fa la Fabbrica, già chiude? La Fabbrica di Nichi, dico! C'è rumori che smorzano l'entusiasmo... la 'realpolitick' s'insinua, fa i conti, inizia a misurare le alleanze e più o meno sottotraccia sembra consigliare cautela..., molta cautela! La matematica politica ha le sue regole, il quadro è complesso e la coperta se la tiri da una parte scopre l'estremo opposto.
Lo stesso Vendola dice sulla Gazzetta del Mezzogiorno di ieri: «Quello che farò il 15 di novembre lo farò il 15 di novembre. Prevalentemente, in quella occasione, farò un bilancio di questi cinque anni di governo e racconterò l'idea che ho del futuro della Puglia, la mia visione del nostro territorio, del Sud, del Mediterraneo. Questo sarà il cuore della giornata. Poi, da qui al 15, possono accadere tante cose».
E le cose sembra che già accadano! La stella di Michele Emiliano, neo presidente dell'Assemblea Regionale del Pd, sembra prendere nuova luce! E Casini? Pierferdinando che deciderà!? E la signora Adriana Poli Bortone - la “buona candidata” di Rocco Buttiglione - un po' ammaccata per le di casa, che vuol fare? Ieri a Bari ha chiamato a raccolta la sua gente per ri-lanciare la sfida di Io Sud.
Insomma tutto in movimento...
A Lecce, l'annuncio della Fabbrica di Vendola non sembra raccogliere grandi entusiasmi. I lanci fatti su blog e facebook non hanno raccolto grandi adesioni. Le persone sentite per telefono, rispondono fredde! Quando le incontri ti fanno facce dubbiose e l'interrogazione si trasforma in ripetuti “non so”! Come mai? C'è soggezione, s'è perso smalto, scomparso l'orgoglio. Il Salento non è più quello del 2005! Molto, in questo veloce giro di anni, è cambiato. Il clima, la politica e anche le persone! Un Salento, in alto nelle classifiche del gradimento turistico, ma con l'affanno! Quasi che nella scalata avesse perso motivazione e smalto! Un Salento senza sinistra e senza speranza di sinistra. Mortificato!
Artisti per Nichi, che a Lecce iniziò a prendere forma come fenomeno regionale e non solo, fu un miracolo della spontaneità e dell'entusiasmo. Due artiste, certo sensibili alla politica, ma soprattutto artiste, si armarono di volontà e con grande passione costruirono quella tessitura di relazioni che dette gambe ad un agire che giorno dopo giorno imparò a confrontarsi con le cose della campagna elettorale mantenendo acceso, fino alla fine, lo spirito informale della ricerca. Il comitato che nacque su Viale degli Studenti strappò ai partiti la prerogativa del controllo delle iniziative divenendo il centro di attrazione di energie diverse che accoglievano l'idea e il desiderio di una Puglia migliore, fino alla fine, quando divenne il quartier generale della conta finale. I Ds proposero di spostare tutto all'Hotel Tiziano ma non ci riuscirono!
Ecco quello smalto s'è perso, usurato, quasi che quella stagione avesse segnato l'epilogo d'un fare comune che all'indomani della vittoria del Presidente poeta a preso a sfilacciarsi. Di chi la responsabilità? Qualcuno, nell'incontro tenutosi a Bari alcuni giorni fa per avviare il lavoro per la Fabbrica di Nichi, poneva il problema del dopo campagna con un significativo: ma dopo ci metterete in cassa integrazione?
Questo è successo nel 2005, i comitati che erano una nervatura diffusa della novità pugliese furono rottamati. Alcuni “colonelli” trovarono l'agio della promozione, altri, tanti altri, tornarono alle loro routine. Sarebbe stato bello fare i bolscevichi! Istituire i “soviet”, mantenendo acceso, nell'informalità della ricerca, senso critico e sguardo. “Consigli” aperti al territorio, luoghi di scambio e di confronto dove decantare le opinioni, gli umori, le incazzature. Chè quelle son presto venute! Forse ci saremmo risparmiato quello che è accaduto! Forse Nichi avrebbe avuto modo di fare il tosto un po' prima... Forse! Forse sarebbe stato meno solo e chi lo sosteneva più felice di sentirsi utile, attivo nel mutare il “sentimento” in pratiche di altra politica! Forse!
Il 15 novembre Nichi Vendola avrà la sua “Fabbrica”! Un grande open space, in un padiglione della Fiera del Levante, darà l'avvio alla lunga marcia della campagna elettorale del 2010 per il rinnovo della consiliatura della Regione Puglia.
Che strana sensazione essere lì, in via De Rossi, a Bari, ierilaltro, tantissimi i convenuti, in quello che presto sarà il 'centro risorse' della nuova battaglia di Vendola. Anzi, delle due battaglie: una per confermare con certezza la candidatura, l'altra per tornare a sedere sulle scomode poltrone del potere. “Abitare il potere senza farsi abitare dal potere” diceva “qualcuno” e Nichi Vendola con lui! Questa la prova a cui chiama la “nuova” politica!
Era già accaduto nel 2005, quella volta l'incontro era in uno spazio era diverso: il sotterraneo di un circolo Arci, accoglieva la militanza “carbonara” della “rivoluzione gentile”.
Avremmo vinto, lo sapevamo già! Abbiamo vinto!
Un indeterminato sentire politico si era fatto idealità nell'animo di molti! Nichi Vendola il maieuta di quel sentimento! Che avventura e che sfida le primarie - la prima volta in Italia - nel gennaio di quell'anno, che entusiasmo, che generosità e che energia il “motore” che lo portò sino in fondo prima contro il centro sinistra e poi contro lo scuro Raffaele Fitto. Anche quella volta due battaglie!
Quella grande comunità attiva oggi non c'è più! Il motore è fermo! Bisogna pensarne uno nuovo, politico questa volta: capace di politica!
Già, la politica. Dove trovarla? Come toglierla dall'usura di questo disgraziato tempo che non sembra avere più lingua capace di muovere le coscienze? Come tirarsi fuori dallo sgomento che avvita i pensieri, le opinioni, il senso critico.
Ripartire dal racconto, la risposta! C'è l'unicità di un'esperienza da difendere tentando una tessitura di ciò che questi anni hanno rappresentato per la Puglia.
Com'era la macchina amministrativa quando Vendola ne ha preso la guida? Quale 'potere' la permeava e l'assoggettava? Quali sono i meccanismi che governavano e governano (ahinoi!) la sanità? Com'era organizzata la Protezione Civile e com'è ora? E il Territorio è traversato da nuove visioni programmatiche e progettuali? E la questione energetica? E le politiche giovanili? Com'era il lavoro degli assessorati prima e come si è trasformato in questi anni? C'è una Puglia migliore?
Domande che possono mutarsi in narrazioni, in testimonianze vive, capaci di attivare sguardo! Di muovere ancora la responsabilità di una comunità che necessariamente deve allargarsi per contagio di consapevolezza. Raccontare è svelare a chi non sa! Non astruse teorie, ma cose vere, tangibili, incidenti nel cambiamento.
In questo divenire orizzontale le speranze. Ed anche in una capacità di 'autocritica' che deve saper “dire” sino in fondo (anche e soprattutto) riconoscendo i punti deboli, gli errori, i passi falsi compiuti, in questi anni di governo. E' necessario! In questo lo scarto utile, la differenza: mostrarsi per ciò che si è dato, per ciò che si è osato e tentato! Sì, tentato perchè non è facile mutare ciò che appare consueto e comodo in una macchina amministrativa complessa come la Regione.
C'è il bene comune e ci sono gli interessi particolari. C'è l'ampio guardare e il piccolo piccolo della meschinità che vuole solo un tornaconto immediato. Questo abita nei Palazzi!
Nichi Vendola c'era ierilaltro in via De Rossi. Anche a lui il compito di raccontare. Sappiamo che lo sa fare! Tante volte da queste pagine nei suoi confronti si sono mosse critiche, anche molto frontali, schiette, rabbiose! C'è mancato in questi anni un Nichi testimone del suo fare! Un Nichi di strada, fuori dalla sua automobile, fuori dalla solitudine del Palazzo. Egli è parte di un sogno, non è il sogno! Dovrà essere sino in fondo quella parte, tornando in Fabbrica, operaio con gli altri. Facitore di progetto! Già lo sappiamo, lo sa fare!

Dobbiamo rifare l'Unità d'Italia. E allora, ripasso risorgimentale! Ché qualcosa bisogna rivederla, anche non volendo...
Arrivavano i “nostri”! L'esercito Borbonico sferrò l'offensiva sul colle di Pianto Romano, a Calatafimi, i numeri non c'erano. Pochi uomini, anche se erano “Mille” e l'armamento non all'altezza della situazione. Che fare? Ritirarsi? Suspance ed incazzatura dell'Eroe dei Due Mondi.
E' su questo interrogativo che l'anetoddica risorgimentale interviene e fu così che il “nostro” Giuseppe Garibaldi, volgendosi al solito Bixio, lo esortò: «Nino, qui si fa l’Italia o si muore!”
Era il 15 maggio 1860 e nonostante tutto si vinse, ad arretrare furono le truppe 'napoletane'. Le camice rosse erano sbarcate in Sicilia pochi giorni prima, l'11 maggio, a Marsala.
Via alla conquista!
Più tardi, il marchese Massimo D’Azeglio - politico e artista, lo sporcacciun, il nomignolo che si guadagnò presso le dame di corte - affermò: «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani» ed ecco spiegato il far salti sul letto grande! Scherzo!!!
Sono passati centocinquant’anni ma a quanto pare l’Italia è rimasta “un’espressione geografica” lo disse il 2 agosto del 1847 il Principe Klemens Von Metternich, conte e diplomatico d'Austria che anche disse: «In Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi. È il conte di Cavour». Ahi! Basta con questa infilata di citazioni! Veniamo a noi. Anzi a Brunetta! Ha scritto un libro il Ministro Renato, il suo secondo dedicato al Sud. Il primo, edito da Donzelli nel 1980 titolava 'Sud. Alcune idee perché il Mezzogiorno non resti com'è'. Generoso, veramente apprezzabile!
Il secondo, sempre per i tipi dell'editore romano, ha un titolo che è il fallimento del precedente visto che questa volta al 'Sud', l'ineffabile Brunetta dedica soltanto 'Un sogno possibile'. La ricetta è cambiata. Non c'è la chiarezza dell' “alcune idee perché ... non resti com'è”, c'è la vacuità del sogno. E il sogno si fa dormendo. E allora sogniamo anche noi con il Ministro Renato.
Premesso «che il Sud ha, essenzialmente e prioritariamente, bisogno di una nuova classe dirigente», il Doge della Funzione pubblica, s'abbandona alla visione e in trance spara: «Serve un nuova spedizione dei Mille». Stavolta per l'invasione bisognerà arruolare «al Nord funzionari e dirigenti pubblici esperti e capaci da inviare a Sud». (Grande gag!) E, ricordando le gesta del patriota palermitano Rosolino Pilo - “precursore nobilissimo di libertà”, che spianò la strada alla presa di Palermo, morto combattendo per la patria italiana il 21 giugno del 1860 - vaneggia un «Operazione» in suo nome. E già, perchè per la riuscita dell'invasione non si potrà fare tutto da soli, si dovrà puntare sugli “insorti” locali, chessò a Palermo potrebbe tornare combattente Marcello Dell'Utri, tanto per fare un esempio, lui certo la strada la può spianare!
Lo sapevate no? Chi è che comanda in Italia? Cioè chi decide il “fa e disfa”? Il Governo? Il Consiglio dei Ministri? Non, no, non proprio. Chi comanda è Lui, il Nostro Lui, Silvio! Meno male che c'è, perchè quelli che s'è messo intorno dimostrano d'essere dei semplici attendenti. Dei “sbriga carte”. E, da una settimana a questa parte lo ammettono pure, candidamente, nelle dichiarazioni ufficiali. Tornato dalla Dacia, il Nostro Lui, non la fa passare liscia a nessuno, nonostante la scarlattina. E' tornato pupo, papi... e permalosetto!
Ma torniamo all'interrogazione.
Chi la fa, l'economia? Giulio Tremonti. No, sbagliato il pensiero economico e le linee guida le fa e le disfa Silvio, l'unico vero self made man che l'Italia ricordi da che esiste lo Stivale! Titolato no? E dunque scontato che dopo le beghe e lo straparlare sul posto fisso (che è meglio del la flessibilità) e sul taglio dell'Irap, Giulio, ridotto da Ministro a Commercialista, dovrà accettare che Silvio Berlusconi metta bocca nella politica economica, non sia mai che diventi campo esclusivo del Professore di Sondrio.
E la Giustizia, chi guida il Ministero di via Arenula, a Roma? Angelino Alfano! No, sbagliato sempre lui - pardon, m'è scappata la minuscola - Lui! Nonostante i giudici comunisti ieri il “Consiglio dei Ministri” ha approvato il decreto legislativo che dà attuazione alla riforma del processo civile: previsto l'istituto della mediazione generalizzata per la conciliazione delle controversie civili e commerciali. Il provvedimento dovrà ora essere sottoposto al Parlamento per il parere delle commissioni e poi tornerà a palazzo Chigi per l'approvazione definitiva. Iter parlamentare, direte, sì, ma questo è... «Un altro impegno mantenuto grazie alla sollecitudine del presidente Berlusconi che si sta dedicando al sostegno politico di questa riforma del processo civile in modo straordinariamente attento ed efficace, considerandola come una parte importante delle politiche economiche che debbono rilanciare la competitività del sistema Italia. L'efficienza della giustizia civile è concepita dal presidente del Consiglio come una leva fondamentale di politica economica». Parola di Angelino!
E di chi è la televisione pubblica? Di Silvio, di Silvio! Lui fa le irruzioni. Ama l'invettiva e figurarsi se non gli è data la facoltà del blitz! Ieri fegatoso è intervenuto in diretta via telefono: «L'anomalia italiana non è Silvio Berlusconi, ma sono i pm e i giudici comunisti di Milano che da quando Berlusconi è sceso in politica lo hanno aggredito in tutti i modi. I pm sono la vera opposizione nel nostro Paese». Tutti zitti e buoni quando parla Lui!

Due conferenze di Roberto Pazzi a Lecce
Lunedì 26 ottobre, alle 20.00, al Fondo Verri
“Il piacere della carta nell’era in cui si profila il libro digitale”
Martedì 27 ottobre, alle 10.30, nell’Aula Ferrari dell’Ateneo
“Narrare ad occhi ben chiusi, ovvero la rivincita della visione sulla vista”.
(a cura di Alessandro Turco e della prof.ssa Anna Colaci)
Torna ancora una volta a Lecce - dopo il successo degli incontri salentini, tenuti nei mesi scorsi - lo scrittore ferrarese Roberto Pazzi. Prendendo spunto dal suo ultimo libro, “Dopo primavera”, edito da Frassinelli, con cui ha appena vinto il “Premio Siderno”, assegnato da una giuria presieduta da Walter Pedulla, Pazzi conferirà sulla passione della lettura, con una comunicazione sul tema “Il piacere della carta nell’era in cui si profila il libro digitale”. L'appuntamento è al Fondo Verri, lunedì 26 ottobre 2009, alle 20.00. Roberto Pazzi, reduce da un viaggio in Canada, dove ha rappresentato il nostro Paese per il “Festival della Letteratura Internazionale del Quebec”, e da Ginevra dove è stato ospite del Salone del Libro francese, insieme a Luciano Canfora, riceverà il 25 ottobre, a Potenza, il Premio Internazionale “Basilicata” alla carriera, dalla giuria coordinata dal critico Leone Piccioni. Il 27 ottobre, a Lecce, nell’Aula Ferrari dell’Ateneo, terrà un seminario dal titolo: “Narrare ad occhi ben chiusi, ovvero la rivincita della visione sulla vista”. Gli incontri sono organizzati da Alessandro Turco in collaborazione con il Fondo Verri e la Facoltà di Lettere e Filosofia - Dipartimento di Filologia Classica e Scienze Filosofiche dell’Università di Lecce, a cura della prof.ssa Anna Colaci.
Roberto Pazzi, docente universitario, poeta e narratore ferrarese, tradotto in 26 lingue, svolge un’intensa attività di conferenziere nei vari paesi del mondo dove è diffusa la sua opera. La sua pluripremiata produzione comprende sette raccolte di versi – fra le quali Calma di vento (1987, premio Eugenio Montale) e Talismani (2003) – e diciassette romanzi, dei quali si ricordano Cercando l’imperatore (1985, Premio Selezione Campiello, Premio Bergamo) La principessa e il drago (1986, finalista Premio Strega, Premio Rhegium Julii), La malattia del tempo (1987), Vangelo di Giuda (1989), Super Premio Grinzane Cavour, ripubblicato nel 2006 da Sperling & Kupfer), La stanza sull’acqua (1991, Premio Penne), La città volante (1999, finalista Premio Strega). Per Frassinelli ha pubblicato Conclave (2001, Premio Scanno, Premio SuperFlaiano, Premio Comisso, Premio Stresa, Premio Zerilli Marimò della New York University), L’erede (2002, Premio Maria Cristina, finalista Premio Viareggio), Il signore degli occhi (2004), L’ombra del padre (2005, Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante), Qualcuno mi insegue (2007).
La penna di Roberto Pazzi scava nell'interiorità, nel profondo di angosce esistenziali: è "un viaggio nella mia malattia, una mappa delle mie ossessioni nella mia testa scissa in due"; e nel contempo la sua scrittura ‘spicca il volo', è leggiadra - a tratti irriverente, ma sempre ardita e provocatoria.