mercoledì, 21 maggio 2008

Bacio!

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A cercare un immagine per dire: "Ma basta!" m'è uscita st'immagine
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categoria: poesia


domenica, 18 maggio 2008

Se mesi di Knos

Auguri bimbo!

bimbodi Mauro Marino

Omaggio alla memoria.
Omaggio e reverenza a chi non c’è più, omaggio e reverenza a chi è ‘logorato’ dal tempo e a coloro che nel corso del tempo hanno occhi capaci di guardare indietro, di fare il passo in avanti col calibro del passato.
Lo abbiamo sempre fatto, continueremo a farlo, solo così possiamo comprendere ciò che accade, quel flusso continuo di nascite che portano custoditi i nomi di coloro che già sono e di quelli che non ci sono più. Li hanno marchiati nel segreto di un codice che solo l’umiltà può decifrare. E’ il gioco del Tempo, del divenire delle cose. Questa è la Cultura: un “insieme”, natura che mischia natura e ‘ispira’ e cresce, fa semenza e frutto.
A che serve sentirsi nuovi?
Certo, gratifica essere i primi, gli inventori, gli apripista, Lecce è un po’ così. Sempre stata smemorata. Una città di ‘primi della classe’.
Che noia, quelli bravi. Tutti compìti, ordinati e diligenti o quegli altri, bravi e ribelli, con l’eloquio pronto (un po’ meno il coraggio), ‘primi dei primi’ nel dare la linea all’occorrenza, radicali che più radicali non si può nelle posizioni, per lo più garantiti, con le spalle protette da nomi e cognomi.
Meglio quelli del “potrebbe fare, ma non s’impegna”: in attesa, con gli occhi, le orecchie e la bocca aperta per capire e stupirsi! Stupirsi, già, di tutto l’intorno, con la sua meraviglia, col suo crescere, col suo continuo rinnovarsi.
Meglio quelli mai contenti di se stessi, sempre in cerca, inquieti: traversano la paura per farsi coraggio e quante cadute, quanti urti, quanti silenzi.
“Così il bambino viene bene, non preoccupatevi”  diceva il medico a chi lo sospettava autistico “ha i suoi tempi, vedrete, vi stupirà!”
Questo è stato il movimento creativo nel Salento.
Una storia che intera attraversa il Novecento, (e ancora prima, le fughe a Napoli di tanti inquieti) col ‘balbettio’ dei poeti tutti protesi verso Firenze: “alle giubbe rosse, alle giubbe rosse!”.
E quegli altri, più vicini a noi, facitori ed inventori di teatro in rifugi nordici e sulle povere tavole dell’avanguardia. Tanto, tanto accadere, tanto pensare, tanto fare, tutto giocato senza timore, osando, osando, osando, sino all’oggi degli eventi, del Salento caput-mundi, della grande ubriacatura.
Ho buona memoria. Quante cose ho sentito, dette e ridette, rivendicate.
La voce di Antonio Verri ancora sussurra vicina col suo “fate fogli”, con l’esortare, lo sconcertare, il nutrire ogni piccola necessità. Già il fare! Ah! Quanto s’è fatto! E si continua a fare. L’importante è non perdere il filo, si rischia di perdersi.
Ma non mi sembra il caso! C’è sicurezza d’agire, e buone anime, occhi attenti e i “primi primi”, calibrati da chi ormai fa senza timore, che s’è trovato il mestiere, la certezza della lingua e l’osare dire.
Il bimbo a sei mesi, appare precoce, non possiamo far altro che augurargli tanto futuro!

ilpaesenuovo

 

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categoria: politica, salento


giovedì, 15 maggio 2008

La vecchia giacca nuova di Nichi Vendola

di Elisabetta Liguori


 

300px-EskimoMa allora, se non abbiamo bisogno dei sogni, di cosa?

Quello che l’elezione di Nichi Vendola ha rappresentato per i pugliesi, lo sanno solo quelli che ancora vivono in una regione dell’utopia, ma pure del futuro concreto, del giusto; quei pochi matti che non hanno ceduto alla paura e che conservavano nell’armadio un vecchio giaccone degli anni verdi. Ne ho uno anch’io. Non lo mettevo dai tempi del liceo e dell’acne giovanile. Poi era stato dimenticato, tradito dagli eventi, reso superfluo dalla velocità dei giorni, dal bisogno di contabilizzare risultati e sconfitte, dal desiderio di un quando, di un dove, di un come che fosse tangibile, dai figli, dal lavoro, dall’urgenza della condivisione dei codici comuni, qualunque essi fossero. Dalla sopravvivenza.

L’ultima volta che l’ho indossata è stato proprio il 4 aprile 2005.

Me lo ricordo come fosse ieri: un mio amico carissimo m’aveva chiamato al telefono nel pomeriggio per chiedermi come avessi deciso di festeggiare la vittoria elettorale ed io non avevo avuto esitazioni.

- Metto la mia vecchia giacca nuova! –

Gli avevo risposto, proprio come nella nota canzone di Paolo Conte. Una giacca logora senza bottoni, senza forma e vincoli, che la gente poteva guardare e vederci dentro quello che gli andava, quello di cui aveva bisogno, farci sopra sogni e progetti, ciascuno secondo i propri desideri e le proprie diversità. La giacca del “tutto è possibile”, nell’interesse di tutti. Una giacca che aveva resistito al tempo.

Ora quella giacca è di nuovo nel mio armadio.

Quella di questi ultimi anni è la politica della delusione e della giacchetta, non di certo dei giacconi verdi. Un vivere sociale degradante e instabile, che invece di costruire il futuro dei nostri figli sembra annichilirlo, dinanzi al quale ci sono solo due reazioni possibili.

1)      cercare in giro una giacchetta simile, magari più stretta, magari di minor qualità, ma simile,

2)      restare nudi, farsi ferire dal freddo, conservandosi integri, e buonanotte al secchio.

In fin dei conti giacche e giacconi sono comunque abiti per pochi fortunati, gli altri, la maggior parte, sono stanchi. Stanchi e basta. Non si riconoscono più nelle istituzioni, se ne sentono traditi, se non addirittura minacciati.

Traditi, sì. Leggo dal Devoto Oli: dicesi tradimento il venir meno alla fede data, ad un impegno solennemente assunto. Per coloro i quali, quel 4 aprile di tre anni fa, hanno sollevato la testa e rimesso sulle spalle solennemente la vecchia giacca, sentendola finalmente come nuova addosso, calzante, condivisa, gli anni che sono seguiti sono stati letti come un grosso tradimento. Per quanti hanno creduto al carisma, alle capacità intellettuali e morali, al cuore di un uomo e non lo hanno votato solo per strappare la Regione (e lo Stato poi) dalle mani di possibili bucanieri della politica, ma perché animati da un redivivo ideale, il cinismo, la confusione, il silenzio, la gazzarra da comari degli anni a seguire è stata percepita come ancor più sconfortante.

Perché sembrava una grande occasione, perché credevamo di essere stati più fortunati, perché la diversità di uno solo coincideva con la diversità di tutti, e invece la politica, questa politica, sembra aver vinto ancora.

La colpa non credo sia attribuibile all’amministrazione di Nichi Vendola in senso stretto, alle sue capacità o  al sogno. È che una giacca forse non basta e davanti ad un grande sogno, l’inerzia urbana può apparire ancor più gigantesca. Un grande sogno può scatenare grandi reazioni o un grande silenzio.

Quando s’allarga il pantano, il principe ranocchio perde voce e soffre di solitudine.

No, non credo che quelle di Vendola fossero solo parole ben assestate tra orecchie affamate, penso che dentro ci fosse davvero il sogno, ma che la sua giacca verde si sia ciancicata nel pantano generale; che abbia perso tempo prezioso a farsi spazio tra gli altri anfibi, e che adesso umida e sfatta, smossa dall’onda di un famelico e traslucido ottimismo tutto italiano, sia diventata solo stoffa, stoffa soltanto, agli occhi di quanti la osservano galleggiare.

Non posso escludere neppure che lo stesso Governatore abbia vissuto questo triennio con eguale angoscia. Non possiamo sapere quanto egli per primo non si senta deluso, tradito dalla società che oggi rappresenta. La mia modesta, quanto casuale, esperienza personale mi ha consentito soltanto di infilare il naso tra quei giganti obesi che sono gli ospedali, le aziende sanitarie, gli ambulatori del nostro territorio, laddove il tradimento diventa dolore fisico. Lì ho potuto riscontare piccole oasi di professionisti infaticabili e brevi riorganizzazione di servizi, immersi in una generale disfunzione, in un clima di tirannia economica e superficialità.

Ma allora, torno al quesito di partenza, se non il sogno, cosa?

Non  vuol carezze, il mondo vuole certezze, chissà, chissà… così canta Paolo Conte e noi con lui.

ilpaesenuovo

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categoria: politica


giovedì, 15 maggio 2008

L’ovile vuoto

di Mauro Marino

ovile di Atza Biancar_small1Si può tacere o parlare. Scordare la penna o scrivere.

Si può scegliere la rimozione, la noncuranza (tanto poi…). Oppure tenere aperta la ferita del pensiero, tentando di risolvere, medicando. Meglio non tenersi le cose dentro dicono gli psicologi, lo sappiamo: i non detti fanno male!

Ci si può tappare le orecchie, evitare di guardare, tirare dritto. Far finta di niente. Tanto poi… la politica è cosa a termine, “vanno vengono, qualche volta ritornano” come le nuvole.

Non è proprio così. Molti (quasi tutti) si eternalizzano. Si credono indispensabili. Come Dei incarnano il destino (il loro, prima di tutto e poi ahinoi…), col loro io tutto proteso al dominio, al controllo.

Che niente sfugga eh! Tutto nel recinto mi raccomando, sotto controllo… nessuno sfogo è ammesso, neanche un borbottio!

Noi lì, a calibrare l’entusiasmo, a sprecare notti, mattine, giornate intere, idee, denari (quei pochi che abbiamo, generosamente) in nome dell’idea. E’ sempre così, quando il giostraio chiama.

Da un po’, ormai, ogni anno. Come per il santo patrono, o natale, o pasqua, è festa comandata l’andare a votare. Esercizio ad uso e consumo degli eletti, che gli elettori, sono poca cosa, una variabile non incidente, buona solo per il tempo dei giorni della “corrida” poi…

Ma… la giostra si logora col dai e dai, e nessuno appare capace di fare manutenzione.

In più punti inceppa. Finita la pacchia.

E pensare che c’è stato un momento, con Berlusconi al governo, che la sinistra, aveva tutto: città, province, regioni.

Primavere a tutta forza, che entusiasmi, ma solo quelli che dopo le pratiche non erano granchè, anche lì assenza di cura, solo belletti d’auto, parate, noi tutti protesi nel Mediterraneo… poco altro.

Poi la battaglia per il Governo, le primarie, il “trionfo” di Prodi e il suo esecutivo monster del dover contentare. E lì il “ma” ha cominciato a levitare, la fragilità s’è manifestata intera come intero e definitivo era il bacio di Giuda.

S’incominciava a sentire il limite, ma chi se ne frega dicevano “quelli” e via col chiacchiericcio, con le tirate di giacchetta, coi no, i forse, i ma i se, sino al tracollo, alla débacle.

Di chi è la colpa? Degli elettori? Non credo, mica stavano c’erano loro, no!?

Non avevano capito i responsabili, la pomposa e vacua classe dirigente della sinistra, che la gente, il popolo, i cittadini con la delega vogliono essere certi di dare “chiavi in mano” l’auto ad un conduttore capace di non andare a sbattere ad ogni metro. Uno autorevole, che quando parla gli altri lo stanno a sentire, si fidano, oliano i motori, fanno manutenzione contribuiscono alla rotta come buoni navigatori. Guardate quelli di fronte che tenuta! S’apprestano a fare i buoni, i capaci. Vuoi mettere che ci riescono?

La bega partecipativa, il chiamare continuamente i cittadini a “decidere insieme” a quanto pare alla maggioranza degli italiani non frega niente. Specie quando si percepisce la finzione propagandistica e si spendono fiumi di denaro in vuota comunicazione.

E già, come sempre la sinistra ha dato per scontato il suo “gregge”. Ma dai e dai il gregge si disperde, non bastano più i cani pastore del credo, dell’ideale e pian piano ci si accorge di non avere più aderenza, il comando sfilaccia e l’ovile si svuota. Questa è la storia di oggi. L’ovile si svuota!

ilpaesenuovo

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mercoledì, 14 maggio 2008

Nichi Vendola, la “fortuna” degli eccentrici


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di Mauro Marino

Bisogna “trovare le parole giuste” per convincere. Così a detto Nichi Vendola, candidandosi alla guida della ‘ferita’ Rifondazione Comunista, la sua “comunità”, desiderosa di trovare una guida. per rimettersi in piedi dopo il ko elettorale che l’ha condannata all’extraparlamentarismo e al travaglio del “che fare”.

Le parole certo non sono mai mancate all’ “eccentrico candidato”.

L’affabulare gli si confà precisamente, più che un poeta egli è un tribuno, un seduttore anzi meglio un incantatore. Fine oratore, oggi in declino, in Puglia non gli crede più nessuno è percepito come un bluf, uno sbaglio. Solo la scena nazionale, beninteso interna alla sua compagine, gli lascia qualche speranza. Ahinoi, gli avevamo creduto, c’eravamo lasciati convincere sicuri d’aver trovato la persona giusta. Militante dell’antimafia, testimone delle battaglie operaie a Melfi e antinuclearista a Scanzano. Un comunista, uno che incarnava una pura idealità: non il solito professionista della politica (ma, a pensarci bene, più lindo e nuovo di lui era, all’epoca delle primarie, sicuramente Francesco Boccia). Uno di strada, capace di spostare senso, ridare significato all’agire politico, di dare energia, calore ed emozioni.

Ma, “tra il dire e il fare”, è durata poco, tutto s’è risolto in un disarmante nulla.

Pura illusione. Che batosta, delusione bruciante e conseguente incazzatura, per chi ci ha creduto. Il Presidente non è il ‘diverso’, ‘sovversivo’, ‘estremista’ e ‘pericoloso’ che c’eravamo immaginato e che provocatoriamente con santa ed ispirata leggerezza rivendicavamo in campagna elettorale. Non lo è mai stato! S’è dimostrato (e continua a dimostrarsi, nell’annunciato cumulo di cariche) un uomo della vecchia politica quella di sempre, uno che viene da lontano, uno in carriera, passato dalla parrocchia alla sezione della Figc e via via sino a “Sanremo”. La strada credo la conosca poco, abituato agli agi delle cariche; energia, calore ed emozioni l’abbiamo detto, fanno parte del repertorio.

Nichi Vendola è il classico politico delle questioni di principio, dei massimi sistemi, quelli buoni per fare opposizione, solo e soltanto opposizione.

Non sa governare, non sa mettere le mani nella pasta del costruire, del fare, del decidere. Egli soltanto parla! Questo parlare è servito a sconfiggere il grigio-giovane di Maglie ma poi non è stato utile a nulla.

La Puglia migliore non è venuta come non verrà una Rifondazione Comunista migliore. Purtroppo non è ancora chiaro, a molta sinistra, che è divenuta insopportabile l’incongruenza tra le questioni di principio e la realtà. Non se ne può più di sentir difendere diritti quando poi chi rivendica non fa nulla per praticare e testimoniare ciò di cui pontifica. Questo andrebbe risolto in Rifondazione e non soltanto lì. Lo stacco dalla vita e l’assenza di pratiche, l’antagonismo reso moda. La diversità ostentata per essere sempre e comunque minoranza a lato della Storia. Beninteso, parlo dei militanti, dei ‘duri e puri’ che i dirigenti sanno bene come fare a trasformare antagonismo, diversità e radicalismo in privilegio. In eccentricità, appunto!

ilpaesenuovo

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categoria: politica, scritture


lunedì, 12 maggio 2008

Io e mio fratello, in una vecchia foto!

ahi! ahi! ahi!



























Sapete, c'è l'azienda e il dono!
Il fare azienda e il fare doni!
Pensate che differenza, pensate che rischi diversi!
Pensate che qualità di coraggio diverso!
Pensate che visione diversa, che rischio diverso e che senso di avventura diverso!

Bha! Ma non è facile!

MM
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categoria: politica, salento


sabato, 10 maggio 2008

ArsMeteo - Le perturbazioni dell'arte

di Mauro Marino

 

Naviganti, questo sono sempre stati gli uomini. In cerca, gli occhi ben aperti, narici e orecchie volte in ascolto, sul limine della conoscenza, per provare un incontro, un gioco, un esperienza. Una terra!

Col navigare non c’entra la seriosità, sentirsi interi non ti porta nell’altra parte dove non conosci. Sentirsi interi non fa lo sperimento, non prova, non si emoziona. Bisogna farsi materia liquida, mischiarsi, farsi aria disposta al vento, all’ ascolto ad ogni accogliere.

Il web, la rete è il nuovo fronte d’un navigare che moltiplica il mare e le possibilità all’infinito.

Capace approdo d’esperienze di una navigazione che trasporta opere, le divulga, le socializza in una virtualità sempre disponibile.

Vincenzo Ampolo, terapeuta ed artista di tante avventure stilistiche mi racconta di una nuova sponda. “Ars meteo”, si chiama, un portale attento alle temperature alle “variabilità” e vulnerabilità del fare arte contemporaneo. Una veste sobria, neutra, questo porto! Col mondo ben impresso sulla home page e “tutte” le possibilità dell’incontro che contiene.

Vedi una vista da satellite del pianeta perturbato dalle “nuvole” di opere e di tag, un ricco corredo di etichette (tag) che identificano, fanno rimando, significato, connessione. Il portale si presenta quindi come uno spazio virtuale dove sia gli autori sia i visitatori possono corredare le opere con le proprie notazioni personali esprimendo significati, sentimenti, emozioni, associazioni mentali.

Un gioco che accoglie numerosissimi autori ed una significativa “ciurma” del “vascello salentino”: Tonino Baldari, Marta Ampolo, Marilena Cataldini, Adalgisa Romano, Echio Stasi e lo stesso Vincenzo Ampolo, ognuno col suo tempo artistico: opere, scritture, pitture, fotografie. Mischiano temperature, umori, sentimento.

Essere porto e mappa, questa la vera novità del web. Accoglienza e traccia, scrittura di presenze che “da lontano” si alimentano. Allora: ci si siede, ma anche in piedi si può fare, o comodamente distesi su un divano o dove preferite…, si apre il pc, si accende, si cerca la connessione e  poi http://www.arsmeteo.it. Buon mare vi attende, e buona terra!

ilpaesenuovo

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categoria: recensioni


sabato, 10 maggio 2008

Forse

Forse non so più guardare!
o non guardo.
Solo mi interessa lo scortico!
la pausa del poco

dove non c'è eccentricità
lusinga
parole a vuoto.

Mi interessa l'acido
di umori covati
dove sfoga
il desiderio
e trova pace!

Prima mi piaceva tutto

era fresco, vergine, spontaneo
semplice

adesso non lo trovo
"tutto" guastato dalla maniera
si ripete.
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categoria: mie


giovedì, 08 maggio 2008

R.I.P.

occhio
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giovedì, 08 maggio 2008

Per Antonio L. Verri

Il 9 maggio 1993 in un tragico incidente perdeva la vita Antonio Verri

Letteratura è impegno.

La militanza culturale di Antonio Leonardo Verri

di Simone Giorgino

 

Nel quindicesimo anniversario della scomparsa di Antonio Leonardo Verri, credo che una maniera opportuna di ricordare l’autore sia quella di soffermarsi su una sua caratteristica distintiva, ossia il suo costante impegno nella letteratura in particolare e nella cultura in generale, minimo comune denominatore del suo concetto di militanza: “il poeta ha una sua funzione sociale: mettersi o mettere continuamente in discussione dogmi, tabù, cretinerie quotidiane e grossi problemi (…). Il poeta non lavora più, o magari solamente, sul nulla o sull’assenza, temi sempre affascinanti ma un po’ vecchiotti; il poeta ha sempre di più responsabilità e problemi di linguaggio, di stile, di aderenza a una realtà abbastanza complessa, di tensione, di rivolta”.

È questa una linea programmatica che già Nicola Carducci, in un suo saggio del 1997, riconduceva al “neoimpegno”, atteggiamento tornato in auge nella letteratura italiana tra gli anni Settanta e Ottanta, finalizzato ad un intervento concreto nella realtà culturale e sociale del proprio territorio, per superarne il presunto provincialismo, l’isolamento che è storico e geografico oltre che culturale; e per tutelarne le esperienze artistiche più rilevanti, come quelle recenti di Vittorio Bodini, Carmelo Bene e Salvatore Toma, gli esponenti più autorevoli di quella che è stata definita dallo stesso  Antonio Verri “linea bizantina”.

Verri si sente partecipe di una comunità letteraria definibile come “cenacolo salentino dei poeti minori”, orgogliosa di essere borderline, se per allineata si intende quella cultura ossequiosa col potere editoriale, incline al compromesso: Verri è allora, per dirla con Antonio Errico, “il padre di una generazione stupenda che non ha vinto nulla, né cattedre, né premi, né mortadelle alla cuccagna, perché non ha saputo vender parolette al mercato dell’usato, perché non ha voluto arrampicarsi al palo ingrassato”. È lo stesso autore di Caprarica a parlare di una stupenda generazione di “poeti che appartengono a una specie diversa, a volte primitiva e barbara, a volte così fine, meticolosa, spigolosa. Facile a perdersi, a divorare, a disperarsi. Non è difficile aver simpatia per loro”. E ancora: “si è parlato di una nuova generazione, di una stupenda generazione, si è anche cercato di dimostrare che il tutto non è una frase fatta, si è fatto di tutto per far intendere che il Salento degli Autori non è più il Salento scrostato che è sempre stato, si è fatto di tutto per far intendere che siamo semplicemente in marcia per cercare di allinearci a tutta quella cultura europea novecentesca che fino a mò era nei nostri libri o svolazzante sopra le nostre teste…”.

Dunque una comunità letteraria agguerrita, competente e competitiva, che non vuole essere sterile parodia delle analoghe esperienze nazionali, ma che cerca di sintonizzarsi con le tendenze più innovative della cultura europea, per uscire dal localismo, per sprovincializzarsi, “per muovere un po’ le acque in una città, Lecce, divorata dall’indifferenza, dall’incultura, dal vuoto accademico. Una città dove passa solo un certo tipo di cultura. La cultura dei putti e delle damine. Del ‘perbenismo impellicciato’”. Viene in mente, a tal proposito, un singolare aneddoto ricordato dallo stesso Verri: “certo eravamo molto fieri del nostro lavoro quando la Corti, venendo a Lecce nell’ ottantadue–ottantatrè, chiese al bar Alvino dove poteva trovare i poeti di Caffé Greco. Le risposero piuttosto seccamente. A Lecce non c’erano poeti, men che meno di Caffé Greco!”.

            L’obiettivo di  sprovincializzare la cultura salentina diventa una vera e propria ossessione per Antonio Verri, che se da una parte, nelle sue opere, dimostra di aver recepito e metabolizzato le contemporanee tendenze italiane ed europee, dall’altra, nelle riviste, si traduce in atteggiamenti a volte anche velleitari: per uscire dal localismo e internazionalizzarsi non basta fare affidamento a più o meno oscuri corrispondenti dai nomi esotici sparsi in varie parti del Pianeta. È proprio questo, paradossalmente, un atteggiamento da provinciali.

Ma questo toglie poco o nulla alla validità del progetto e alla buona fede di chi lo portava avanti: con l’esperienza del “Ballyhoo–Quotidiano di comunicazione”, ad esempio, Verri riuscì a vendere settecento copie del giornale a Milano, contro le appena quaranta vendute nella sua Lecce; egli è stato uno fra i primi a tenere alta la guardia contro una certa poesia rurale salentina, la già ricordata poesia “da passeggio e da paesaggio”; non aveva, inoltre, alcuna soggezione o timore reverenziale nei confronti di altre riviste omologhe: “[non ho] mai dato quattro copie di Pensionante in cambio di una copia di rivista francese o inglese”; ebbe, insomma, sempre chiara la finalità di promuovere ed inserire gli artisti salentini nei più vivaci fermenti culturali coevi.

Antonio Verri, attraverso le pagine delle sue riviste, si è fatto promotore della scoperta e della promozione di artisti che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra: primo tra tutti Salvatore Toma, il “poeta dei liburni e dei corbezzoli”, a cui dedica, in tempi non sospetti, cioè prima del drammatico suicidio e della quindi prevedibile riscoperta, diversi articoli e recensioni. Il Nostro ebbe una vera e propria venerazione per lo sfortunato poeta magliese, testimoniata non solo dai frequenti cenni disseminati in molte pagine delle sue opere (“Totò Franz” è il nome che inventa per ricordarlo), ma anche da un esplosivo e interessantissimo carteggio fra i due.

Lo stesso discorso può essere esteso, analogamente, a Edoardo De Candia, altro maudit salentino oltremodo vituperato in vita ed oltremodo osannato da morto. Inoltre Verri ha il merito di aver rispolverato la  poesia di Vittorio Pagano, che da un po’ di tempo era caduta in oblio; di aver prodotto interessanti considerazioni sulla poesia di Vittorio Bodini; di aver avuto, infine, un’altissima considerazione per poetesse centrali della nostra tradizione come Rina Durante e la compianta Claudia Ruggeri.

Uno degli scritti da cui emerge in maniera più vivida l’“eroico furore” verriano, tutto concentrato sull’impegno culturale, è senz’altro il sarcastico intervento dal titolo Una diecigiorni di letteratura, reportage da un convegno letterario mai avvenuto, apparso su “Caffé Greco” nel Novembre del 1979. In questa occasione Verri si scaglia ancora una volta contro l’editoria assente o refrattaria a percepire gli stimoli provenienti dai nuovi scrittori: “da un po’ crescono grossi imprenditori, che con simpatia chiamiamo editori, a cui questo settore, il letterario appunto non interessa, se non per le poesie dialettali dell’onorevole amico o del grosso barone regionale”. Emerge, inoltre, una concezione della letteratura che chiarisce ulteriormente gli aspetti fin qui esaminati: “Letteratura non è ideologia né pianto, (…), dovrebbe essere conoscenza quindi “degradazione” e quindi rivolta, (…), l’opera letteraria  non nasce e vive in difesa di  o per accusa a, (…), bensì vive per se stessa”.  Impegno (o neoimpegno), dunque, non come militanza politica e  ideologica, ma da intendersi come sacrificio e servizio alla sola causa dell’arte, unico contenitore in cui ha senso e si è giustificati ad occuparsi dei problemi della contingenza. Non arte per arte, né vita per l’arte: semplicemente arte come vita.

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